La caratteristica festa di S. Pardo,
Patrono principale di Larino e della diocesi, è
considerata da noti esperti, una delle più belle
che si celebrano in Italia.
Quasi centocinquanta carri, dalla foggia trionfale o
dal formato a capanna, buona parte di cui trainati da
buoi, artisticamente addobbati e ricoperti di fiori,
offrono dal 25 al 27 maggio nella città frentana
uno spettacolo indimenticabile.
Di S. Pardo si hanno due biografie: una di autore anonimo
del secolo X e l'altra di Radoino, levita della Chiesa
di Larino, scritta nel XIII secolo. Esse, però,
non permettono di acquisire dati storici certi. L'unico
elemento sicuro scaturito da studi recenti, riguarda
un Pardo, primo vescovo pugliese storicamente certo,
che partecipò al Concilio di Arles nel 314. Non
è da escludere, quindi, che il S. Pardo venerato
a Larino e quello recatosi ad Arles in rappresentanza
della comunità cristiana di Salpi o Salapia,
antica città situata nei pressi dell 'attuale
Trinitapoli, siano la stessa persona.
Il trasporto da Lucera alla città frentana dei
resti mortali del Santo si verificò proprio su
di un carro trainato da buoi e probabilmente da allora
si celebra questa solenne manifestazione di fede, seppure
modificata più volte nel corso dei secoli, citata
anche dal celebre drammaturgo francese Alexandre Dumas
(père) nel suo famoso romanzo -La Sanfelice-
scritto negli anni Sessanta del secolo scorso.
Larino, "tutta unita nella sua fede, celebra il
suo poema di ricordi e di bellezze nel maggio canoro,
a testimoniare la saldezza spirituale di questo popolo
(...). Natura e storia sono il patrimonio di questa
città: natura non avara e storia non indifferente
si fondono creando il genio del buono e del bello per
cui in questa Sagra del maggio tutto è trionfo
di pace, di amore e di lavoro" (da E. De Rosa -
Il significato di una Sagra -, in - Una gemma del folklore
molisano -, ne - Il Mattino - del 26 maggio 1934).
La festa risale all' anno 842 quando Larino venne distrutta
dai Saraceni. La leggenda narra che i larinesi sopravvissuti
alla distruzione della città, decisero di fare
una spedizione verso Lesina per recuperare le reliquie
dei SS. Martiri di Larino, i fratelli Primiano, Firmiano
e Casto morti durante la persecuzione contro i cristiani,
voluta dall' imperatore Diocleziano. Mentre giravano
per le campagne, in attesa di posizioni favorevoli che
avrebbero permesso di appropriarsi delle reliquie e
contrastare l' opposizione degli abitanti di Lesina,
s' imbatterono nel sepolcro che racchiudeva il corpo
di San Pardo, Vescovo di Lucera. Pensando che quell'
incontro era stato un segno divino, decisero che San
Pardo sarebbe diventato il loro protettore. Pertanto,
depongono l' urna su un carro agricolo tirato da due
buoi, lo rivestono di fiori e in una processione trionfale
fanno ritorno a casa.
Al di là del racconto leggendario la carrese
di Larino ha un valore oltrechè folcloristico
soprattutto spirituale, ed ogni oggetto od ornamento
ha un significato specifico.
La festa di San Perdo è da ricollegarsi anche
ai riti agrari primitivi durante i quali si celebravano
le feste di maggio e giugno per resuscitare la natura
"morta" durante l' inverno. Un simbolo importante
è l'albero che nella festa di San Pardo è
rappresentato da un grosso ramo di ulivo portato in
processione per onorare la natura che risorge. li fatto
che i larinesi vi appendono prodotti caseari sottolinea
la simbiosi e l'amicizia tra natura vegetale e l'uomo
che la trasforma per il suo nutrimento. Inoltre, il
carro larinese rappresenta la famiglia Le famiglie che
hanno la proprietà del carro e che ricominciano
dopo la festa i preparativi per l'anno successivo rappresentano
la comunità, l'alleanza, la vita che sempre ricomincia
nel suo eterno divenire.
L'allestimento dei carri è operazione che richiede
tempo e impegno e consiste nel fissare i fili dell'impianto
elettrico per le luci, sistemare le coperte e le stoffe
ricamate dove vengono poggiati i fiori secondo il progetto
a suo tempo approvato dall' intera famiglia.
L'addobbo del carro è un vero rito che coinvolge
l'intera famiglia insieme ad altri eventuali collaboratori.
Dopo il tramonto del primo giorno (25 maggio) i carri
si avviano lentamente dal centro storico verso la parte
alta dell'antico capoluogo frentano, sito dove, sotto
Diocleziano, furono martirizzati i tre cittadini Larinati
Primiano, Firmiano e Casto. In questa località,
sui resti di una basilica paleocristiana, sorge un piccolo
tempio dedicato al primo dei tre Martiri, S. Primiano,
il cui simulacro viene prelevato e deposto sull'ultimo
dei carri, quello più antico. È ormai
notte fonda ed è anche il momento culminante
dell'affascinante processione. I carri, in una fantasmagoria
indescrivibile di luci alimentate da piccole lampade
multicolori situate a centinaia su ognuno di essi e
dalle migliaia di fiaccole poste ai due lati dell'interminabile
corteo, ritornano nella Piazza del Duomo per collocare
nella monumentale cattedrale, dove nel tardo pomeriggio
erano state sistemate, lungo le due navate laterali,
altre artistiche statue di santi venerate nei vari sacri
edifici della città, l'ultima effigie che ancora
mancava per la imponente processione del giorno dopo,
quella del Martire Larinese.
È il dì seguente, però, quello
più importante perchè ricorda l'arrivo
in città delle spoglie di S. Pardo avvenuto il
26 maggio dell' anno 842.
In questo giorno la sfilata dei carri si snoda da un
capo all'altro del quartiere medioevale, percorrendone
le vie tortuose e, per oltre due ore, è possibile
ammirare uno scenario meraviglioso.
La fase conclusiva del terzo giorno (27 maggio) consiste
nel riaccompagnare il simulacro, di S. Primiano nella
sua abituale dimora. I carri partono dal centro storico
intorno a mezzogiorno per ritornarne nel tardo pomeriggio,
regalando ancora una volta una straordinaria visione
che non stanca mai.
Quella brevemente descritta è una maggiolata,
"espressione di alta fede e di godimento dello
spirito, dove l'animo esplode in una purezza di manifestazioni
che si riannodano alle antiche memorie frentane".
Essa "rinnova alla stirpe il senso della innata
grandezza morale e canta le virtù di un popolo
millenario antesignano di ogni nobiltà di sentire
e di ogni rigoglio di forza civile" (E. De Rosa,
op. cit.). |